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Toccasana romani

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Ore Libere | Curiosando
Non è difficile immaginare nell'antica macelleria di via Ripetta, qualche massaia con il "Manuale di cucina per malati", sotto il braccio. Si tratta di un'interessante volume del 1902, firmato da Adolfo Giaquinto. Chef, insegnante, poeta dialettale, fu un vero guru della nutrizione e, nel libro, offre un panorama dei toccasana alimentari usati a Roma cento anni fa.
La medicina dell'epoca, in assenza di antibiotici e farmaci specifici, tendeva prevalentemente a sostenere l'organismo dei malati con l'apporto di alimenti energetici. Così leggiamo che il brodo di ranocchi, dalle proprietà "dolcificanti" veniva prescritto contro le malattie di petto e le infiammazioni intestinali; viceversa, si raccomandava di bandire dalla mensa dei malati tutti i pesci grassi: l' "arigusta", i "mazzancogni", il salmone, il tonno, lo storione. (La moda degli Omega 3 era ancora di là da venire).
Giaquinto sconsigliava di procurarsi la cena ricorrendo ai pizzicagnoli, quando un buon pezzo di cavallo bollito avrebbe nutrito tutta la famiglia, senza grande spesa.
Ancora, leggiamo due curiose ricette come l'"acqua albuminosa" (indicata per le dissenterie e gli avvelenamenti) che si preparava con albumi sbattuti a neve diluiti in acqua,  e l'"acqua panata", bevanda igienica che si otteneva  facendo macerare una fetta di pane abbrustolito in un bicchier d'acqua.
A proposito di pane: meglio quello vecchio di un giorno, e ancor più salutare il pane nero, o "pan di munizione", così detto perché la sua forma sferica ricordava una palla di cannone.
Molto reclamizzati i vini dei Castelli, combinati con estratti di china, genziana, persino cicoria; il liquore "Galato", invece, riuniva le proprietà del latte e del cognac, antico rimedio contro le infreddature. Per l'inappetenza, consigliata una dieta ricca di asparagi; per l'anemia, prosciutto stagionato magro a cubetti; contro l'insonnia, lattuga romana e vino rosso tiepido.
Tra le locandine pubblicitarie disseminate fra le pagine del manuale, spiccano le inquietanti preparazioni di una farmacia pluridecorata di Campo Marzio: l'acqua di catrame e le gocce arsenico-stricno-ferruginose. Evidentemente, i romani di una volta non si facevano molto impressionare dalle etichette.

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