Jazz senza confini |
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Da un piccolo territorio a un grande palcoscenico. È questo il piccolo miracolo di Italo Leali, patron di Tuscia in Jazz, che in soli otto anni è riuscito a portare alla ribalta europea una manifestazione nata quasi dal nulla e che adesso è tra i principali festival a livello europeo. Abbiamo incontrato Italo nel corso di "Balcone in fiore" a Ronciglione, e lì ci ha raccontato come il jazz (attenzione: "giaaas", e non "gezz") possa fare da collante tra un territorio e il mondo intero. Partendo dalla provincia e arrivando a toccare Roma e il Tridente.Italo, cos'è Tuscia in Jazz? "Il festival è nato nel 2002 come Ronciglione Jazz. Nel 2006, visto che la sede andava un po' stretta all'entità del festival, abbiamo deciso di cambiare la location principale trasferendola a Soriano sul Cimino, meglio strutturata sia dal punto di vista ricettivo che logistico, dal momento che dista solo 5 minuti da Orte, raggiungibile da Roma direttamente via treno o autostrada". Che cos'ha di diverso rispetto agli altri festival? "L'informalità. Il nostro punto di forza è che organizziamo dei seminari a cui partecipano ogni anno dai 150 ai 170 ragazzi che hanno la possibilità non solo di suonare, ma anche di mangiare e dormire negli stessi luoghi dei grandi del jazz come Francisco Mela, Benny Colson, Buster Williams o Ray Mantilla. Tutti amici del Tuscia in Jazz, tanto da essersi innamorati di una formula che ogni anno li vede tornare felici da noi. Perché qua si sta bene, e si lavora bene. Loro sono stati il vero segreto del lancio di questo festival". Quanto è importante l'identificazione con il territorio? "È importante per molti motivi. Primo, perché questo ha permesso di creare un festival su misura per le esigenze degli stessi abitanti dei paesi in cui si tiene il festival, che negli ultimi due anni ha raggiunto i 50-60mila spettatori. Parliamo di paesi come Nepi, Vitorchiano, di città come Viterbo, che accolgono nel modo migliore ragazzi provenienti da Israele, dalla Serbia, da tutta l'Unione Europea, anche dagli Stati Uniti. E che sono la vera forza da valorizzare, senza affogarli nel mare discografico attuale. Questa è la dimensione ideale in cui far crescere anche i giovani italiani, che non hanno niente da invidiare a nessuno. I primi due vincitori del Jimmy Woode Award, che noi organizziamo dal 2006 (Domenico Sanna ed Ennio Coppola, ndr), oggi suonano rispettivamente con Stefano Di Battista e con Benny Colson. Mentre i grandi nomi della musica nostrana vanno a registrare dischi all'estero e con musicisti stranieri". In una parola: meglio il club o meglio il grande evento? "Un evento come questo in un grande centro come Roma diventerebbe certamente più dispersivo. Però c'è la dimensione del club, che mantiene i suoi spazi anche nei centri delle grandi città, anche nella capitale, anche nel Tridente romano. E poi c'è da dire che da una parte il club può diventare il trampolino di lancio per qualsiasi artista, mentre il grande evento richiama l'attenzione di molte persone. C'è bisogno, secondo me, di entrambe le formule. L'importante è continuare a valorizzare i talenti, e la musica".
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Da un piccolo territorio a un grande palcoscenico. È questo il piccolo miracolo di Italo Leali, patron di Tuscia in Jazz, che in soli otto anni è riuscito a portare alla ribalta europea una manifestazione nata quasi dal nulla e che adesso è tra i principali festival a livello europeo. Abbiamo incontrato Italo nel corso di "









