Ettore Scola, 100 disegni

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Arte e Cultura | Arte
Scritto da Carlo Valenti   

L'Accademia di Francia a Roma da venerdì 29 maggio a domenica 28 giugno ospita i disegni di Ettore Scola, un viaggio nel surreale che ci permetterà di scoprire il lato burlesco e satirico del celebre regista attraverso  schizzi, vignette, caricature e bozzetti per scenografie. L'Atelier del Bosco di Villa Medici sarà lo spazio espositivo in cui verranno mostrati al pubblico i 99 disegni che ci sveleranno quell'universo estetico nascosto e comunque meno noto di Ettore Scola. Appunti in immagini, scarabocchi personali (come lui stesso li definisce), realizzati nell’arco di una vita, nei momenti e sui supporti più disparati. L'Italia del suo tempo viene rappresentata attraverso ironia ed amarezza, in una vetrina di personaggi tragicomici dove Scola mette in berlina  i piccoli vezzi della nostra società moderna. E' una sorpresa scoprire che dietro il giornalista, umorista e grande regista cinematografico, si nasconde un Ettore Scola fine disegnatore che è capace, con pochi e sapienti tratti essenziali, di dare vita come nei suoi film, ad un mondo di immagini che offrono allo spettatore spunti di riflessione e lasciandogli dentro uno strano senso di divertita malinconia.


Il lato buffo dell'esistente

di Ettore Scola

Un disegno di solito è un progetto, organizzato prima mentalmente poi graficamente, quasi sempre ispirato da intenzioni illustrative, ornamentali, celebrative e caricaturali, eseguite per studio, per committenza e per omaggio.

I miei disegni invece - se si escludono le vignette del mio giovanile apprendistato nel settimanale "Marc'Aurelio" e qualche schizzo buttato giù durante la preparazione di un film per chiarire a me stesso e ai miei collaboratori lo spunto iniziale di un carattere, di una scena o di un costume - sono scarabocchi personali, destinati più al cestino che al cassetto. Sono ghirigori mentali, giochi di parole visivi, segni tracciati per distrazione riflettendo ad altro o a niente. Li faccio da sempre, su fogli, tovaglioli, margini di giornali (quasi mai su album da disegno), a lapis, a penna a inchiostro di china (mai con l'odiata biro). Non essendo io particolarmente dotato ne' per il ritratto ne per il paesaggio, i miei "soggetti" sono figurine anonime, passanti e astanti irreali che trovano la loro possibile realtà nel riferimento a similitudini, tic e comportamenti di ordinaria quotidianità.


Sono personcine dall'esistenza abbreviata in una sola dimensione, senza chiaroscuri, perplesse nella fissità di un cenno o di uno sguardo: come quando un improvviso pensiero ci blocca per un istante in un gesto a mezz'aria. Ometti di periferia, donnine di case modeste, nudi o vestiti ma sempre alla ricerca di un contegno che sperano di trovare magari mettendo una mano in tasca e avendo un bicchiere nell'altra. Accostati per contrasto, figli giganti e padri nani, mariti minimi e mogli debordanti tentano di farsi notare con una occhiatina allusiva, un passo elegante, un atteggiamento allegro che ci faccia dimenticare la loro mostruosità.

Umanità piccola e malinconica che, se proprio le si vuole trovare uno scopo, è lì per affermare il lato buffo dell'esistente. Che poi è quello che ci aiuta a trovare il coraggio di vivere.


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