Dada e Surrealismo al Vittoriano

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Arte e Cultura | Arte
Scritto da Carlo Valenti   

Oltre 500 opere tra olii, sculture, readymade, assemblaggi, collage, disegni automatici ripercorrono nella sua interezza la nascita, il susseguirsi dei Manifesti e delle principali mostre, il cammino figurativo dei tanti protagonisti di questi due movimenti rivoluzionari che tanto potere eversivo hanno avuto tra le avanguardie artistiche del Novecento e tanta influenza hanno esercitato sull'arte successiva alla prima metà del secolo scorso. In passato le mostre dedicate a questi due movimenti proponevano sempre i protagonisti più conosciuti dimenticando tutti quelli minori che, militandovi, diedero il loro contributo a caratterizzarne l'etica e l'estetica. Dada e Surrealismo non furono una mera corrente artistica, furono molto di più: una filosofia di vita. I dadaisti, nichilisti convinti, perseguivano la negazione radicale di tutti i valori, mentre il Surrealismo era, al contrario, nato sotto l'insegna dell'impegno altrettanto radicale. Questa mostra, forse unica per completezza e qualità delle opere esposte, offre una panoramica completa sui due unici movimenti artistici delle avanguardie storiche che hanno conservato nel tempo la medesima attualità e carica eversiva. Il destino del dadaismo fu molto singolare, ignorato per anni sia dal pubblico sia da critici ed artisti, è stato riscoperto quando ci si è accorti che questa corrente nata dopo i fauve, i cubisti, i futuristi, gli astrattisti, gli espressionisti, ha influenzato in modo determinante le teorie e la prassi dell'avanguardia contemporanea di questo dopoguerra.

 

 

Dada e Surrealismo propugnarono una rivoluzione culturale, nel senso "maoista" del termine, ancorché una mera rivoluzione visiva. La loro nuova filosofia di vita contestava, tra l'altro, la sperimentazione puramente formale dell'artista, affrancandolo dalla schiavitù del suo ruolo di specializzazione. Ma quali furono le cause scatenanti che consentirono al Dadaismo ed al Surrealismo di affermarsi come una corrente di rottura nei confronti di una tradizione millenaria? Max Planck nel 1933 aveva diagnosticato la crisi dei valori che l'umanità stava attraversando e l'artista, forse più di tutti, insorge contro il conformismo tradizionale dilagante facendo del proprio lavoro una testimonianza diretta della situazione storica in cui vive ed opera. Il dadaista esaspera, spingendole ai limiti estremi, quella stessa carica eversiva contenuta negli stessi termini ultimi della cultura romantica, trasformando la dialettica borghese in una dialettica di invenzione ed imitazione. Nei primi del Novecento un artista poteva scegliere tra due direzioni: o perseverare nella tradizione, o rinnovarsi radicalmente scegliendo la strada dell'avventura. Il Dada, con la sua tabula rasa, manifesta concretamente l'intenzione di rompere la continuità storica col passato. Con l'apertura del Cabaret Voltaire (Zurigo, 1916), si data la nascita del movimento dadaista, per iniziativa di Hugo Ball e della sua compagna Emmy Henning, ma solo tre anni dopo con la pubblicazione del Manifeste Dada del 1918 il movimento esce allo scoperto accogliendo tra i suoi collaboratori ed espositori cubisti, futuristi, astrattisti ed espressionisti.

Dada fu un incontro tra giovani "arrabbiati" accomunati dallo stesso spirito libertario, uno stato d'animo più che una scuola. Ed oggi, che vediamo riaffacciarsi in quest'ultimo ventennio quelle condizioni sociali e filosofiche degli anni 1916-23, assistiamo di conseguenza alla rinascita di questo spirito. La rivolta però non può ripetere i gesti del passato perché, come afferma Eraclito: "non si può entrare due volte nello stesso fiume", ogni generazione troverà quindi i propri strumenti di rivolta e la modellerà a propria immagine e somiglianza.

 

Il Surrealismo non è certo nato nel 1924 col Primo Manifesto del Surrealismo redatto da Breton, ma nel 1914 quando scoprì la presenza di scrittori che ebbero un ruolo determinante nello sviluppo del pensiero surrealista: Rimbaud, Vaché, Jarry, Apollinaire, Freud. In essi egli trovò la "rivelazione totale" e la conferma di tutte le proprie intuizioni: l'anticipazione dello spirito moderno in tutti i suoi aspetti più sovversivi; l'importanza del linguaggio e della poesia; il ruolo fondamentale dell'immaginazione; il rifiuto dell'aspetto utilitario-borghese delle attività intellettuali; il significato più profondo della crisi di tutti i valori. Breton nel suo saggio "Il Surrealismo e l'arte come fine" (1928) affermava: " Un'idea molto limitata dell'imitazione, indicata all'arte come fine, è all'origine di un grave equivoco che vediamo prolungarsi sino ai giorni nostri. Partiti dal presupposto che l'uomo sia capace solo di riprodurre, più o meno felicemente, l'immagine che lo tocca, i pittori si sono dimostrati fin troppo concilianti nella scelta dei loro modelli".
L'esigenza della fedeltà al "modello interiore" è predominante nell'arte dei Surrealisti e non vi è posto quindi per una ricetta estetica o per cliché figurativi: niente accumula fra loro artisti come Max Ernest, Man Ray, Joan Mirò, niente tranne, appunto, l'esigenza ideale di essere fedeli a se stessi e non certo quella di fare una "bella pittura". La volontà di esprimere il propri sogni, i propri desideri, la propria visione del mondo, fa passare in secondo piano le esigenze estetiche. Per il surrealista ciò che conta è la valenza eversiva dell'opera e come afferma Breton: "Quello che qualifica l'opera surrealista è, prima di tutto, lo spirito con il quale è stata concepita". E circa il futuro del movimento surrealista che ha continuato a svilupparsi non solo in Francia ma anche nelle due Americhe ed in Europa, lo stesso Breton ci tranquillizza dicendo che l'attività surrealista "non corre alcun serio rischio d'aver termine, finché l'uomo sarà in grado di distinguere un animale da una fiamma o da una pietra."

 

Fino al 7 febbraio 2010 al Complesso del Vittoriano.

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