Un passo verso l'"antico" |
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Benvenuti, signori, nel regno di Valerio Turchi. Unico antiquario "archeologico" della via più artistica di Roma, uno tra i pochi in città, terza generazione di una famiglia che ha fatto dell'arte la propria vita. "È stato mio nonno il primo, a cavallo del 1950, a trasformare la sua passione in commercio - dice Turchi - ma poi con mio padre l'attenzione si è spostata quasi esclusivamente sull'archeologia. E io ho seguito la sua strada. Forse perché fin da piccolo ho respirato quell'antichità che poi mi ha così appassionato. Un mercato difficile, non solo a causa della crisi attuale, in cui è impossibile improvvisare. Anche per chi è laureato in archeologia".
Un mercato soprattutto delicato, dal momento che spesso la provenienza delle opere antiche può risultare perlomeno dubbia. "C'è bisogno di una conoscenza approfondita di tutte le leggi che riguardano il settore - prosegue Turchi - che con l'avvento del Nucleo Patrimonio Artistico dei Carabinieri ha subito una profonda e positiva rivoluzione. Il mercato illecito dell'archeologia, che per anni ha danneggiato la nostra immagine, ha finalmente trovato adeguato contrasto, che io personalmente cerco di supportare inviando ai Carabinieri le foto di ogni cosa che acquisto, così che siano a conoscenza di qualunque cosa passa per le mie mani. Che sia o no di interesse per la Soprintendenza: quest'ultima, nel primo caso, appone una notifica alle opere che da quel momento in poi devono essere 'tracciate'. Una procedura, quella della tracciabilità, che io adotterei per tutte le opere, per dar loro una sorta di garanzia di provenienza".
Certo, uno dei primi pensieri che vengono in mente a vedere un luogo come questo è: perché queste opere non sono in un museo? "Per due semplici motivi: il primo è una legge del 1939 che stabilisce uno spartiacque tra ciò che si può e non si può vendere. In pratica, tutto ciò che è stato e verrà rinvenuto dopo quella data deve essere consegnato allo Stato, mentre ciò che all'epoca era già 'alla luce' può essere liberamente venduto e comprato. E ovviamente, veniamo al secondo motivo, la Soprintendenza non ha i soldi per comprare tutta l'arte rinvenuta prima del '39. La legge non ha comunque eliminato tutte le storture, e per questo spesso si pensa al mercato dell'arte antica con sospetto. Una soluzione potrebbe essere quella dell'autodenuncia, come per le armi: a quel punto, tutto ciò che non venisse denunciato sarebbe fuorilegge".
In tempi di magra, c'è ancora gente che investe in arte? "Certo, il mercato è in crisi. Però si fanno ancora buoni affari. E poi fare questo lavoro ti dà la soddisfazione di capire, di apprezzare cose che oggi spesso non vengono apprezzate dalle nuove generazioni. Il moderno tende a soppiantare tutto, e non è un bene. Non perché abbia qualcosa contro il moderno, ma perché significa perdere un pezzo di cultura. C'è gente che mi ha detto 'che schifo, come fai a tene' sta statua senza testa". Sono un po' superficiali. Speriamo che la situazione non peggiori con le nuove generazioni".
Sfiducia verso i giovani? "Per nulla, solo che è triste vedere che si perdono per strada certe cose. Come la solidarietà e la vera amicizia tra noi commercianti della zona. Prima via Margutta era una casa comune, oggi sembra un condominio in cui è difficile mettersi d'accordo. Non possiamo perdere il nostro primato: noi siamo la via dell'arte, e degli antiquari. Questo eravamo 40 anni fa, e questo dobbiamo continuare a essere. Insieme, per il bene comune".
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Si potrebbe rimanere di sasso, passando davanti alla vetrina. O forse sarebbe meglio dire di marmo. D'accordo, è via Margutta, e ci si può aspettare di tutto. Ma non capita tutti i giorni di vedere esposti busti, teste (tranquilli, nessun effetto pulp) e bassorilievi come nella sala Elgin del British Museum dove fanno bella mostra di sé i marmi del Partenone.